La crisi del capitalismo e l’emergere dell’Alternativa
di Mauro Parretti
Compagni,
sotto la terribile batosta elettorale, le quattro componenti della sinistra alternativa si interrogano sulle sue cause e dibattono sul da farsi.
Due questioni sono al centro del dibattito e sono presenti, seppure in forme e modi diversi, in tutte e quattro le componenti di questa sinistra alternativa.
Una è la questione, per così dire, partito, o movimenti. Se, cioè, privilegiare il momento di sintesi delle istanze sociali, o quello della capacità di farle emergere.
L’altra questione, purtroppo un po’ superata dalle circostanze elettorali, è quella della partecipazione o meno al governo delle istituzioni, che però è ancora presente nel dibattito.
Noi invece, compagni di base di tutte le quattro componenti, siamo qui riuniti perché crediamo sia prioritario porre una terza questione, prevalente, secondo noi, rispetto alle altre due, perché senza di questa, le altre non avrebbero alcun senso.
La questione fondamentale sta proprio nel costruire, o ri-costruire il contenuto stesso dell’alternativa al capitalismo.
Se non è chiaro a noi stessi in quale direzione andare e quale è la meta, che contraddistingue la sinistra alternativa, è difficile essere il punto di riferimento della società e raccoglire consensi.
E siamo convinti che non basti solo riconoscere frettolosamente il fallimento di quel sistema economico e politico, che è stato il socialismo reale, nel quale la sinistra italiana, già dalla metà degli anni ‘60 non si riconosceva più e considerava ormai un percorso sbagliato, una esperienza da non essere assolutamente riproposta.
Ma il riconoscimento del fallimento, da solo, se non è elaborato adeguatamente, non costituisce già una diversa alternativa.
Quell’analisi invece non fu mai compiuta e questa mancanza ha portato una parte cospicua della sinistra storica alla progressiva accettazione, talvolta perfino acritica, del capitalismo, finendo per usare ed abusare di tutti i suoi dogmi, come “liberalizzazione”, o “privatizzazione”.
Infatti fu proprio il centrosinistra che, con l’entusiasmo proprio dei neofiti, privatizzò l’imprivatizzabile, cioè i monopoli, come la Telecom, le autostrade, le grandi banche, salvo poi fare i coccodrilli e scoprire che magari l’Italia rischiava di perdere il controllo del suo sistema di telecomunicazioni o delle leve della finanza.
Noi della sinistra alternativa abbiamo continuato a ritenere che sia necessario un superamento del capitalismo, ma nei fatti abbiamo eluso il problema di capire fino in fondo cosa, come e perché, col fallito socialismo reale, sia stata storicamente imboccata quella strada e quale altra avrebbe dovuto invece essere percorsa.
La nostra carenza di elaborazione in tal senso ha, da un lato reso evanescente nell’immaginario collettivo l’idea dell’alternativa e, dall’altro, permesso che le colpe ed i drammi di quelle esperienze potessero essere tranquillamente imputate a chiunque continuasse a chiamarsi comunista o anche solo di sinistra.
Ricorderete tutti, tanto per capirci, quando Berlusconi fece polemicamente pubblicare e pubblicizzò un libro sui crimini del comunismo, mentre riceveva nella sua villa sarda il suo amico Putin, del quale tesseva le lodi e sulla democraticità del quale garantiva lui stesso.
Con rabbia ricordo di non aver sentito nessuno dei nostri dirigenti politici ricordargli che i crimini del comunismo non li avevano certo commessi Bertinotti o Cossutta, ma sicuramente il suo amico Putin, ex capo del KGB, al quale quel vizietto dei crimini era rimasto, viste le stragi di civili inermi che stava facendo l’esercito russo in Cecenia.
Ma occorre anche ricordare e capire come e perché sia esistita una socialdemocrazia dello stato sociale, che fu supporto, da un lato, del capitale, ma dall’altro, fu capace di garantire uno sviluppo economico senza precedenti, il superamento dei bisogni fondamentali delle masse e l’istaurarsi dei diritti sociali, come l’assistenza sanitaria per tutti, la scolarità gratuita, la quasi piena occupazione e così via.
Anche quella forma di parziale superamento del capitalismo liberista però entrò in crisi negli anni ’70 ed occorre allora capire il perché ed il come anche di quella crisi.
Lo dico in modo chiaro ed inequivocabile:
Perché, dopo 40 anni di terrificante sviluppo tecnologico, un governo che riunisce tutte le forze politiche che, 40 anni fa, costituivano la sinistra, non riesce a garantire, oggi, i diritti che riusciva a garantire allora perfino la democrazia cristiana?
Questo è il segno di una crisi EPOCALE.
Purtroppo sembra che non abbiamo ancora la consapevolezza della crisi profonda ed irreversibile del capitalismo, nonostante sia sotto i nostri occhi il deterioramento dei diritti sociali ed il peggioramento della situazione economica degli ultimi trent’anni di egemonia liberista.
La nostra storia, quella del movimento operaio e socialista, si fondò sul pensiero marxista, che non si limitò a denunciare lo sfruttamento dei lavoratori, su cui si basava lo sviluppo capitalista.
Ma indicò che questo sviluppo avrebbe comportato, con il continuo aumento della produttività, che il lavoro necessario alla produzione sarebbe diventato così poco da bloccare ogni tentativo di accumulazione del capitale, perché il volume dei consumi sarebbe risultato troppo scarso per dare sbocco a quell’accumulazione.
La spiegazione è semplice. Esistono costi di struttura della società, dalla polizia al commercio, dalla progettazione all’amministrazione. Il sistema economico deve produrre per soddisfare quei costi ed impiegherà del lavoro produttivo per farlo, i cui consumi dovranno pure essere soddisfatti. A questa produzione se ne aggiunge un’altra, che pure impiega altro lavoro produttivo, e che serve ad accrescere il capitale esistente. Questa produzione aggiuntiva si divide in consumi della mano d’opera in essa impiegata ed in nuovi investimenti, che accrescono il capitale già esistente.
Insomma la produzione che serve alla crescita del capitale, provoca anche una crescita dei consumi: quelli della mano d’opera, in essa impiegata.
Se però questa mano d’opera diventa troppo scarsa, i consumi crescono di così poco e la quota destinata agli investimenti diventa così grande, da essere eccessiva e l’accumulazione si arresta.
Marx comprese che quello stallo dell’economia avrebbe creato le condizioni in cui sarebbe stato possibile e necessario il superamento del capitalismo e l’instaurarsi di una produzione più consapevole delle relazioni umane di reciproca dipendenza che essa genera.
Era il socialismo scientifico, non basato solo sulla giustizia sociale, ma sulla conoscenza scientifica dell’economia e della sua evoluzione.
Con incredibile puntualità, dopo la prima guerra mondiale, in Germania prima, poi in Inghilterra ed infine negli Stati Uniti con la devastante crisi del ’29, si verificò quello che Marx aveva previsto.
Purtroppo il movimento operaio e socialista non fu all’altezza della situazione.
Sia il riformismo, che il leninismo, per motivi che sarebbe fuori tema approfondire adesso,
dimenticarono l’avvertimento di Marx e non si accorsero dell’emergere della crisi capitalista come crisi di sovrapproduzione, di eccesso di produttività, come segno dell’impotenza del capitale a continuare ad assicurare lo sviluppo.
Così i socialisti tedeschi al governo di Weimar fallirono, lasciando il campo al nazismo.
In altri paesi, come Stati Uniti, Inghilterra ed Europa in generale, ci vollero vent’anni e la seconda guerra mondiale perché Keynes convincesse la borghesia ed i riformisti, che occorreva affiancare la spesa pubblica ai consumi del lavoro produttivo divenuto troppo scarso, per dare uno sbocco di mercato ad una produttività così elevata.
Keynes aveva compreso i concetti di Marx ed aveva saputo, seppur con un linguaggio ben differente, convincere il capitalismo a perseguire una politica di pieno impiego dei lavoratori e delle risorse per fornire, attraverso la spesa pubblica, quei servizi che oggi conosciamo come diritti: alla salute, all’istruzione e così via.
Ciò consentì che il capitale potesse, almeno per un buon periodo di tempo, continuare a funzionare.
Il risultato dell’applicazione del keynesismo, seppure mal compreso e mal digerito, fu talmente sorprendente da essere definita “miracolo economico” e solo chi ha vissuto quegli anni può tornare indietro con la memoria e realizzare mentalmente la portata di quella svolta.
Erano però gli anni della guerra fredda ed il mondo era diviso tra filocapitalisti ed anticapitalisti.
Così i filocapitalisti preferirono illudersi ed illudere che questo nuovo approccio economico fosse solo l’espressione della superiorità del capitalismo, che poteva elargire gratuitamente una parte delle risorse prodotte, mediante lo stato.
Gli anticapitalisti invece videro in questo sistema una elargizione consapevole alle masse di briciole della ricchezza prodotta, per placarne la protesta e renderle succubi al capitalismo nel modo di vivere e di consumare.
Entrambi i punti di vista quindi, nella loro diametrale opposizione, ma del tutto in contrasto con l’evidenza, continuarono ad attribuire al capitale il potere di trascinare quell’impetuoso sviluppo e di poter elargire arbitrariamente parte della ricchezza prodotta, anziché capire che l’intervento della spesa pubblica era l’unico modo per mantenere in vita il capitale, trascinandolo in quello sviluppo.
Insomma quei bisogni e quei diritti, che ora venivano soddisfatti, non solo non erano sottratti al capitale, ma, al contrario, sebbene fossero il risultato di una spesa dello stato inefficiente, corrotto e clientelare, usando risorse che il capitale non sapeva e non poteva utilizzare, fornivano al capitale stesso un mercato di sbocco e gli permettevano di continuare ad avere la sua funzione.
Lo stesso Keynes però aveva avvertito che questa soluzione sarebbe stata transitoria e si sarebbe arrivati al punto in cui il progressivo aumento della produttività avrebbe reso il capitale esuberante.
E così fu. Infatti la piena occupazione e salari sempre più alti permisero di soddisfare i bisogni fondamentali a livello di massa ed allora anche i lavoratori cominciarono a risparmiare qualche soldo. Verso la fine degli anni ’60 e soprattutto dopo il ’69 i lavoratori, in meno di 4-5 anni, ottennero salari molto più elevati ed i bisogni nuovi emergenti non ebbero la stessa crescita dei salari, che in parte si riversarono nelle banche come risparmi.
Allora quei piccoli, ma numerosi risparmi di massa, che si aggiungevano a quelli tradizionali dei capitalisti finanziari, non trovarono più un importo paragonabile di nuovi investimenti ed avvenne quello che Keynes aveva previsto: il capitale non era più scarso.
Però, non avendo capito, né la sinistra, né la destra, che la spesa pubblica non sottraeva alcuna risorsa al capitale, quando si presentò di nuovo la stagnazione, ora peraltro accompagnata dall’inflazione, il fenomeno apparve per entrambe la manifestazione che si stesse sottraendo troppo!
La destra trovò i colpevoli nei lavoratori che avevano ottenuto troppo ed il neoliberismo, riesumò i vecchi dogmi. I lavoratori, colpevoli perché avevano dato retta alla sinistra oltranzista, avrebbero dovuto pazientare e dare tempo al capitale di ricominciare a produrre con le risorse aggiuntive che gli sarebbero pervenute con salari un po’ più contenuti.
La sinistra identificò invece i colpevoli negli sprechi, nei parassiti, negli evasori, negli speculatori. Insomma se si stava strappando troppo al capitale, non era colpa dei lavoratori che avevano chiesto troppo, ma di quelli che, senza chiedere e per vie subdole, o clientelari, avevano impropriamente ottenuto dal capitale una loro quota, al posto dei lavoratori.
I lavoratori avrebbero potuto avere di più solo recuperando prima quelle risorse, ma, nel frattempo, non potevano far altro che pazientare e fare sacrifici, disciplinarsi ad una politica di austerità, perché ora mancavano le risorse dilapidate ed occorreva avere senso di responsabilità.
Fu comunque così che l’idea dei due tempi, l’idea cioè che occorresse prima fare sacrifici e poi godere i frutti di un nuovo sviluppo, divenne generale.
Da questa incomprensione del limite, che ormai il capitale manifestava, di saper produrre uno sviluppo, nacque il prevalere ed il dilagare nel senso comune dei dogmi del neoliberismo.
Le baggianate, ripetute ad oltranza dai massmedia, ci inducono a ragionare come se la società fosse carente di risorse, anziché constatare che ci troviamo in una perenne condizione di sovrapproduzione, di mercati limitati, mentre una enorme quantità di bisogni restano insoddisfatti: sia quelli basilari del terzo mondo, sia quelli del mondo industrializzato.
Allora, se cominciamo a fare queste riflessioni, a riscoprire che siamo proprio nella situazione che aveva ipotizzato Marx, riusciamo anche a comprendere perché il socialismo reale sia fallito, visto che ha tentato di realizzare una società alternativa proprio in paesi ed in situazioni di estrema carenza di risorse, come la Russia zarista, la Cina imperiale, o in paesi poveri dove il capitalismo non era neanche riuscito ad essere egemone. Quelli furono tentativi di costruire addirittura il comunismo, mettendo però in comune la penuria e la miseria e dunque in condizioni strutturali assolutamente inadeguate, quindi in forme moralistiche ed utopistiche, non scientifiche.
Ma noi, qui ed adesso, come abbiamo visto, siamo proprio nelle condizioni in cui l’enorme produttività inibisce la funzione del capitale, che è ormai di impaccio allo sviluppo.
Se comprendiamo allora, come stiamo cercando di fare, che il nostro futuro non può dipendere dal risparmio di denaro, cioè continuando ad affidare il futuro ad un capitale che non rende, ma da una ripresa dei consumi, l’alternativa comincia a definirsi davanti ai nostri occhi.
Se ci troviamo di fronte ad un’elevatissima produttività, che ostacola lo sviluppo, occorrerà, da un lato, usare questa enorme produttività per ridurre progressivamente l’orario di lavoro senza diminuzione di salario e, dall’altra, iniziare una crescita sostenuta dei consumi.
Non vorrei far sobbalzare sulla sedia quanti di voi hanno a cuore l’ecologia e le sorti del nostro pianeta: quando parliamo di crescita sostenuta dei consumi, stiamo parlando essenzialmente di consumi di servizi ed è proprio qui che si pone l’altro elemento di una società alternativa e cioè che i consumi non possono essere più quelli che il capitalismo propone, spesso cioè cose inutili, se non dannose, o status symbol, conditi di pubblicità e pressioni psicologiche che solo causano prezzi, da cinque a dieci volte più grandi del costo industriale.
Dovranno essere consumi consapevoli, corrispondenti alle esigenze reali e partecipate dei cittadini. Possiamo ipotizzare questo sviluppo in varie direzioni:
Una, verso il consumo di servizi culturali e di informazione, rendendo la scienza e l’arte realmente e facilmente fruibili e l’istruzione sempre più rivolta alla conoscenza critica e meno all’apprendimento del mestiere, cioè a formare il lavoratore.
La seconda verso la produzione di quei servizi sociali che liberino la donna e l’uomo dalle incombenze quotidiane e domestiche, che ancora finiscono per gravare in massima parte sulla donna e che, insieme ad orari di lavoro ancora troppo lunghi, lasciano poco tempo alla cura dei figli ed alla vita familiare e sociale.
La terza costituita dalle ingenti risorse necessarie ad una vera e propria risistemazione ambientale.
Su questo occorre riflettere ed essere molto chiari e superare la prima forma di ambientalismo ingenuo, quello che talvolta si manifesta in slogan riduttivi e che finisce per reclamare una riduzione dei consumi per diminuire l’impatto ambientale.
Questo sarebbe possibile se fossimo uno sparuto gruppo di umani primitivi nella savana, ma noi italiani siamo 58 milioni di persone su un pezzetto di terra.
Allora non si tratta di minimizzare l’impatto, ma al contrario di dedicare ingenti risorse, umane e di mezzi, per riparare i danni già fatti e riprogettare ecologicamente la relazione uomo-natura.
Si tratta di costruire chilometri di scarichi di acque piovane, ben separate da quelle nere, da ricostruire il sistema idrogeologico, di costruire case a costi bassi, ma anche inserite in un rapporto urbanistico diverso con la natura, di piantare nuovi boschi, di progettare un sistema nazionale di riciclaggio dei rifiuti e di produzione energetica alternativa.
Infine, la cosa più difficile: trasformare l’Unione Europea, da economica a politica. Aprirla all’ingresso di paesi anche non europei o non ancora direttamente integrabili sul piano economico, con accordi quadro che consentano il loro inserimento graduale ed il progressivo raggiungimento delle condizioni di sviluppo pieno.
Dobbiamo cioè porre le basi reali affinchè il mondo possa fruire di quelle libertà e di quei diritti che la ricchezza produttiva che l’intelletto umano possiede, già oggi può darci.
Questo è però possibile se e solo se si riesce, sul piano economico, ma anche sul piano culturale, a superare la legge del profitto e dell’appropriazione e ad espellere dalla società e dal senso comune la violenza, sotto qualunque forma.
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2 commenti:
In analogia, a quanto ho sostenuto nella mia relazione circa le iniziative politiche. Chiedo, a Mauro e a chiunque, non sarebbe opportuno proporre una legge popolare per la reintroduzione della scala mobile?
Maurizio
In linea di principio sì, ma oggi sarebbe riduttivo ed insufficiente.
Mauro
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