DOPO ELEZIONI
E’ vero. Non ci si deve impiccare alle formule precostituite nel momento in cui si è chiamati a formulare proposte, magari innovative e comunque che aiutino a ri-iniziare.
Tuttavia, non dobbiamo nasconderci che abbiamo già svolto nella nostra testa ed anche in qualche sommario colloquio-confronto considerazioni che ci fanno sottolineare elementi di analisi e, conseguentemente, possibili vie d’uscita per l’iniziativa da prendere. Per questo è importante che ognuno di noi, al di là del grado di coinvolgimento personale avuto fino ad ora, e soprattutto al di là di qualsiasi ruolo si sia o non si sia svolto negli ultimi mesi nella sinistra, metta a disposizione di ogni altro il proprio punto di vista per partecipare a compiere la nuova proposta.
Sempre per questo motivo ho messo per iscritto non un documento analitico da votare, né un ordine del giorno a cui aderire, ma, semplicemente, quelle che sono le mie pillole di riferimento di questi giorni e queste ore per confrontarmi con chi ne abbia voglia.
Cosa è accaduto. Semplicemente un disastro. Un disastro che, purtroppo, molti di noi avevano preventivato, pur sbagliandone la portata negativa.
Perché non eravamo convinti della “novità” per la sinistra – secondo i fautori – del Pd.
Perché l’idea vincente dell’unità della sinistra (federazione, partito unico o chissà che) che avremmo voluto continuare a costruire dai contenuti come dagli stati generali vissuti da molti di noi alla fiera di Roma, è stata modificata, accelerata e ridotta a mostriciattolo elettorale (con la fantastica presenza-fantasma dei verdi oltre che di pezzi delle nostre forze).
Strategia e tattica. Secondo antichi insegnamenti gramsciani e taluni testardamente ascrivibili al principe del Machiavelli, una tattica è un insieme di accorgimenti e scelte che in qualsiasi momento puoi buttare alle ortiche perché ciò che stai perseguendo è una strategia complessiva. Cioè quell’insieme di contenuti e di assunzione del potere al fine di realizzare i contenuti medesimi che, realizzando un humus culturale di consenso e compartecipazione ti fanno realizzare i programmi che hai in testa. Insomma puoi riuscire a cambiare quello che avevi trovato e non andava affatto nel disegno complessivo che stavi perseguendo.
Bene. Veltroni, ma – non dimentichiamolo – anche la stragrande maggioranza del Pd continua a spacciare per tattica quella che è una strategia per far fuori la sinistra.
Quindi, il dibattito è colpa o non è colpa di Veltroni è un falso problema. E’ la proposta politica e quindi la strategia che non possiamo accettare. E’ la proposta politica che dobbiamo smascherare.
Si è cercato Berlusconi fino a farlo risorgere. Per errore tattico? Perché non si è valutato che avrebbe avuto i mezzi che già aveva in precedenza? Che, vi domando, c’era stata qualche statalizzazione di Mediaset che ci è sfuggita?
No. E’ stata strategia. Berlusconi e le politiche che rappresenta (ancora meglio se riusciva ad essere un grande partito di destra e di centro) doveva essere la calamita da indicare come lo spauracchio dall’altro versante.
La strategia era rappresentare quanto più si poteva la paura dell’altro per richiamare a sé i vicini, i consanguinei, i disposti a credere alla grande vittoria prossima a cui sarebbe mancato “solo il tuo voto. Solo il tuo contributo, ovunque tu sia in quest’altra sponda”. In questo clima, chi se la prende la responsabilità di non dare una mano. E che mano!
Portare Roma al voto anche per il comune dopo aver giurato (solo un anno fa) che Veltroni avrebbe fatto tutta la legislatura per il bene della città; questo è stato un vero e proprio tradimento del voto, delle istituzioni, dei proclami e della credibilità della coalizione che aveva sostenuto il candidato. Non valutando, tra l’altro, che la novità era Francesco Rutelli.
Siccome non credo ad un errore di valutazione, ritorno all’inizio del ragionamento. Il PD sapeva ciò che stavano facendo. Ed è per questo che la stragrande maggioranza del Pd non ci pensa proprio a chiedere una assemblea straordinaria, un congresso, una testa. Vogliono far acclarare che il grande partito contenitore già esiste ed assorbe.
Piccoli particolari? Che ha fatto Segolene in Francia dopo la sconfitta? Che ha fatto Lafontaine in Germania? Non è vero allora che hanno compiuto scelta e percorso e sono nella tattica. No, cari compagni, sono nel pieno dello sviluppo della strategia che li vuole da qui ad un tempo x come unici rappresentanti ma senza contenuti forti.
Il gioco si chiama: tu sinistra non parteciperai al gioco.
Ma noi non siamo ammaliati, né scemi, tanto meno accondiscendenti e quindi possiamo dire al Pd vai, vai, che noi sappiamo che vuoi e sapremo cosa fare.
Certo, in questa strategia non è mancato avventurismo. Magari spacciandolo per “coraggio” per temerarietà ma era avventurismo da quattro soldi.
Chi ci crede che possa essere tattica la proposizione di interrompere (abbiamo tutti vissuto come) un esile – ma con contenuti che ora avrebbero finalmente dato risposte ai più deboli – governo nazionale liquidando Prodi con un commento (sul ruolo del Pd) fornito alle agenzie di stampa.
Un simile errore “tattico” non lo compie neppure l’ultimo consigliere comunale di un comune di 500 abitanti: e qui abbiamo i guru!
Dunque strategia.
E qui voglio spezzare un lancia a favore. Mi spiego con i se…
Se Berlusconi avesse sbagliato tutto; se tutti ci fossero cascati, ammaliati e abbagliati a cominciare dagli elettori; se la sinistra fosse sparita e l’avventurismo avesse pagato con una travolgente vittoria del Pd….
Vi dico francamente che non mi riconoscerei comunque in quella ipotetica “vittoria” ma come sinistra e come comunista avrei dovuto fare i conti con la mia residualità (politica culturale e istituzionale).
Ma, come era prevedibile non è stato così. Allora io sono residuale istituzionalmente (extraparlamentare si è detto) rispetto a Camera e Senato ma non così nella società, non così nei comuni nelle province e nelle regioni.
Per cui non faccio tinte fosche e perdute: tipo la società italiana è diventata fascista. Una stupidaggine così serve solo ad alimentare una povertà culturale, un qualunquismo politico utile alla bisogna magari proprio del bipartitismo.
Non ci possiamo cadere.
Perciò iniziare di nuovo. Un po’ come stiamo facendo in questa parte di territorio dei Castelli romani, un gruppo di compagni e compagne di Marino e Castel Gandolfo, di Rifondazione, di Sinistra Democratica, dei Comunisti Italiani e dei Verdi.
Ma non nel senso che siamo finiti nella città di sale. Di fronte abbiamo tanto, vicino, attorno a noi c’è una massa di uomini e donne che non ci considerano marziani.
Vediamo quale parte di società può essere il nostro riferimento.
Do per scontata tutta la descrizione delle classi lavoratrici, dei precari, dei senza lavoro. Nel senso che, poiché considero quelle la vera nostra linfa, ciò che descrivo più avanti è l’altro modo di incontrare le persone.
Ad esempio, non per un assillo elettoralistico, ma perché è facile rappresentarlo, lo descrivo così:
abbiamo, dopo il voto, tre platee di riferimento che possiamo e dobbiamo coinvolgere per invertire la tendenza politica, per rappresentare i contenuti di sinistra del nostro impegno politico e sociale e per permeare con più rilievo elementi di cultura critica e di sinistra di cui sono capaci solo le forze che si muovono nell’alveo delle correnti di pensiero del socialismo e del comunismo, certo contaminate dalle successive idee di libertà individuali dei diritti civili e dell’ambiente (teoria del limite ecc.).
La prima platea è rappresentata, semplicisticamente, da quanti pure in presenza di questa bufera mediatica, di un sistema elettorale da schifo, di una mistificazione servita scientificamente ha comunque deciso di sostenere una generica indicazione di “necessità” della sinistra, meglio se unita. La seconda platea è quella tra “l’incazzato” e lo “sfiduciato” che ha voluto esprimere con la propria assenza dalle urne o col deposito della scheda bianca, l’insufficienza di quella proposta politica unitaria proposta (in poco tempo e malamente) da Sinistra Arcobaleno.
La terza platea è formata, maggiormente, da quelli che “hanno votato Pd” perché così non sprecando il voto (secondo la vulgata demo-veltroniana) si va a vincere e la sinistra dopo (ecco, appunto, aspettalo questo “dopo”) potrà essere utile a riempire di contenuti un governo “amico”.
Ecco, se riusciamo a ripartire politicamente da qui è già un segno di chiarezza e di individuazione sul cosa fare da qui in avanti.
Nel senso che molto più importanti sono le cose, i contenuti, i valori e gli ideali che la sinistra e la cultura e la pratica comunista possono ancora svolgere ed amplificare nel nostro Paese. Però è anche importante che “il popolo di sinistra della rete” a cominciare dal proprio agire, di scelta politica compiuta, aiuti il confronto, anche da questo spazio, per verificare tutti insieme se ad un determinato assunto segue una conseguente scelta da compiere e, se, soprattutto, ci si vuole impegnare a compierlo. Alcuni di noi, con e senza bandierine (che sono importanti solo se associate a uomini e donne in carne ed ossa, e a progetti credibili da proporre) stanno tentando questo percorso. Quanto lungo non sappiamo. Sicuramente è già un fare utile per noi, per la sinistra, per la parte debole del Paese e per l’Italia ed oltre.
MaurizioAversa
mercoledì 14 maggio 2008
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1 commento:
Veltroni delendum est
Leggo il post di Maurizio e mi trovo a concordare sui suoi contenuti, sulle cose da fare e sul cammino da re-iniziare. Però, nel rileggerlo più attentamente, nel ripercorrere le tre “platee”, mi pare che ne manchi una quarta: quella che adesso sta ancora nel PD, quella fatta di tante persone, di tanti compagni, che ancora si sentono e si dichiarano di sinistra, ma di una sinistra riformista, realista, moderata?
Cosa significano quei tre aggettivi per uno di sinistra che si riconosca nel PD?
La risposta è molto semplice: il capitalismo ha vinto il confronto con il socialismo e dunque le istanze di libertà, giustizia sociale, diritti civili e qualunque ipotesi di miglioramento del tenore e della qualità della vita vanno ricercati nelle compatibilità col capitalismo liberale.
Con riforme possibili, compatibili e dunque con moderazione.
Come vivono la sinistra alternativa e perché non si riconoscono in essa?
Perché le sue rivendicazioni appaiono loro non realistiche, non compatibili con la realtà economica capitalistica e le sue “leggi” e dunque dettate solo da estremismo rivendicazionista.
Allora:
- sarebbe bello che i giovani avessero un lavoro stabile, a tempo indeterminato, ma la globalizzazione ci obbliga a competere con i cinesi e dunque è necessario riformare la disciplina del lavoro ed introdurre la flessibilità e la precarietà.
- sarebbe bello che chi ha lavorato per 35 anni potesse andare in pensione e lasciare il suo posto ad un giovane, ma non ci sono i soldi e dunque è necessario riformare le pensioni per mandarceli dopo.
- sarebbe bello che si potessero fornire maggiori livelli di assistenza sanitaria, di servizi scolastici, di asili nido, di assistenza agli anziani, ma non ci sono i soldi e dunque occorre taglire le spese attuali.
- sarebbe giusto celebrare i processi in tempi decenti, rafforzando la magistratura e la polizia, ma non ci sono i soldi e dunque per i processi occorrono realisticamente tanti anni da far decadere i reati e tenere le carceri degli “in attesa di giudizio” in condizioni di affollamento disumano e non ci sono i soldi neanche per farne di più, occorre l’indulto.
- sarebbe doveroso che i giovani potessero trovare una casa in affitto a prezzi sostenibili, ma le case sono raddoppiate di prezzo e dunque si cercherà di fare il possibile, ma non ci sono i soldi.
Non ci sono i soldi!
Chi non lo ammette è radicale, rivendica ciò che non è possibile: è estremista.
Ma noi non siamo la sinistra radicale (neologismo per dire estremista, ma ora estremista viene impiegato verso il cosiddetto terrorismo islamico!!??), ma siamo la sinistra alternativa.
Cioè la sinistra che, senza nessuna nostalgia per i comunismi passati, continua a credere che il capitalismo non ha trionfato e che non scoppia di salute, visto che le uniche riforme possibili sono peggioramenti della condizione umana, contro-riforme, cioè modifiche che cancellano perché non compatibili, cose che prima erano possibili.
Qui entriamo in un altro tema e cioè come noi possiamo ri-definire e rendere operativa e chiara ai cittadini una strategia ed una alternativa sociale al capitalismo.
Questo fa parte del dibattito che riguarda il come rendere più chiara a noi stessi l’alternativa, per poterla rendere vincente, ma non è difficile capire che il capitalismo liberista è in crisi, visto che le uniche riforme ad esso compatibili sono controriforme.
Dobbiamo essere coscienti che questo della ridefinizione della alternativa, reale e possibile, al capitalismo è la questione che deciderà se siamo o no, all’altezza del momento storico.
Ma, se questo percorso, che ci attende, e quell’alternativa, reale, possibile e necessaria, riescono ad emergere, allora quella quarta platea è forse quella più importante da recuperare, anzi sarà recuperabile insieme alla seconda ed alla terza, a quella degli incazzati e dei maleminoristi.
Ma una droga si diffonde nel PD, proprio tra quei riformisti realisti moderati, il veltrusconismo.
Di fronte alla sua incapacità di mediare ancora lo sviluppo, il capitale ha cercato di espandere la sua accumulazione, la sua sfera d’influenza, verso quello che Marx aveva definito il General Intellect, le conoscenze, le stesse relazioni sociali e perfino le relazioni con lo stato.
Parlo in concreto di capitalizzazione del sapere, del know how, dei brevetti, delle licenze, della griffe.
Parlo del marketing, della pubblicità e dello spettacolo che diventa cultura.
Parlo infine del lobbismo, capitalizzazioni spesso ancora in nero, dal punto di vista contabile, ma reali e concrete, come la media di quattro lobbisti (non quattro persone fisiche, ma quattro studi professionali) per parlamentare, presenti negli USA, del possesso strategico dei media di informazione e costruzione dell’informazione.
La politica diventa un prodotto mediatico, come un pacco di pasta, o un deodorante.
Le regole della pubblicità sono semplici: non si parla alla ragione, ma direttamente alle emozioni, ai vissuti, non è l’attenzione ai propri vissuti per far emergere la coscienza, ma l’uso diretto della rappresentazione suggestiva per far leva sull’inconscio.
Berlusconi è l’esempio in Italia della immagine mediatica della politica. Ricordate il suo falso sorriso e lla vera e propria poesia a memoria che attaccava ognii volta che aveva la parola, litania studiata ed appresa con la consulenza degli strateghi della parola evocativa.
Il bel Rutelli aveva tentato qualcosa del genere, ma un po’ dilettantesco.
Finalmente arriva il professionista del PD, l’immagine mediatica della sinistra, con un viso studiato, non sorridente, perché deve dare l’immagine della serietà, al contrario di Berlusconi, che doveva dare l’immmagine della fiducia in un futuro roseo, arriva il buono, serio, tenace e moderato.
Capace però anche lui di recitare senza battere ciglio la propria studiata litania, capace di ripetere per un mese e mezzo che i sondaggi lo danno testa a testa.
Che Veltroni puntasse ad una prassi politica di tipo USA, l’avremmo dovuto già capire da dieci anni fa, quando si dichiarava clintoniano, ricordate?
Sì, lo so, tutti cademmo nell’equivoco.
Dato che Clinton non aveva rappresentato niente di particolare, tutti pensammo che Walter volesse così indicare, senza cadute di stile, i suoi gusti sessuali e la predilezione per la fellatio.
Invece era strategia politica, la scelta della politica spettacolo, quella scelta trasversale, che usa nella politica l’immagine del prodotto che si vuole vendere.
Non c’è più legame diretto tra cosa si dice e quello che si crede, o si ha in mente, ma ciò che si dice dipende da ciò che si vuole evocare. La campagna elettorale confermò la difficoltà di capire cosa i due leader dicessero di diverso: parlava, in entrambi i casi, la stessa persona, l’uomo immagine: Veltrusconi.
Il segretario del PD fu soprattutto capace di decidere consapevolmente di perdere e far perdere il proprio partito per strategia personale. Il governo Prodi poteva rischiare di andare avanti per un bel po’ e la destra era divisa proprio su Berlusconi, ricordate?
Il segretario neoeletto del PD sarebbe stato oscurato da Prodi, se questi fosse riuscito ad andare avanti, o si sarebbe consumato, avrebbe perso l’appeal del nuovo, se fossero passati, per esempio un paio d’anni.
Allora decide che l’importante è portare a casa qualcosa subito per poter restare in sella e definire subito il duopolio. Cerca il suo alter ego, se lo ingrazia, ricompattando intorno a lui il centrodestra, fa subito incacchiare il proprio centro, evita di dover affrontare la resa dei conti sul programma del governo Prodi con l’ingenua sinistra alternativa e fa scattare lo scontro nel peggiore momento per la sua parte.
Lo fa con un sistema elettorale che costringe chiunque a sinistra a tentare la lotteria del voto utile, puntando sul PD. Il PD guadagna perciò qualche miseria di voti permettendo al suo segretario di essere vincente e restare solo, anche se con il terreno del centrosinistra reso terra bruciata.
Per questo non credo che questa sia la strategia dell’intero PD, ma solo le manovre del suo segretario per sbarazzarsi di ogni avversario interno. Se fossi del PD, sarei contento?
Occorre essere disponibili, io credo, a rispettare le alleanza strette in precedenza con il PD ed il centrosinistra, a livello periferico, ma, senza mai arrivare all’autolesionismo, rifiutare d’ora in avanti ogni accordo con il PD, mostrando tutta la disponibilità a farlo, con il nuovo segretario.
Mauro
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