Analisi della realtà culturale, strumenti della cultura, iniziativa politica dalla cultura
di Silvia Bazzocchi
Cari compagni, a un mese dalla doppia catastrofe elettorale, vorrei condividere con voi alcune riflessioni e domande, alle quali è necessario cominciare a trovare insieme delle possibili risposte. E questo profondo lavoro di ripensamento, analisi e riflessione, deve necessariamente andare in due direzioni parallele e interrelate. Dobbiamo sì capire i mutamenti profondi della società italiana (ed occidentale in genere), ma senza richiuderci in una analisi ed in una riflessione fini a se stesse: è necessario contemporaneamente individuare linee di intervento e di azione politica che comincino a farci uscire dalla situazione in cui siamo sprofondati. Credo che sia solo da una prassi corretta che viene indirizzata in maniera proficua la riflessione, così come è solo da una riflessione profonda e attenta che può nascere una prassi vincente.
Partiamo allora da una constatazione che – a mio avviso – sta davanti agli occhi di tutti: al cambiamento dei flussi elettorali sottostà qualcosa di più profondo di semplici mutamenti di opinione e di scelta partitica, direi un vero e proprio mutamento culturale e antropologico diffuso in tutto il Paese, in tutti i ceti, in tutte le forze politiche e sociali (in parte anche in noi, forse) e che viene di lontano.
Credo che una possibile lettura di questo mutamento possa partire dalla reazione delle forze conservatrici alla “grande paura” degli anni Sessanta e in particolare del Sessantotto. Di fronte ai venti di novità che, a partire da quegli anni e poi per tutti gli anni Settanta si sono diffusi un po' in tutto il mondo (particolarmente, ma non solo, in quello occidentale), la reazione si è saputa attrezzare ed ha scatenato, a partire dagli anni Ottanta, una controffensiva culturale di lunga durata, tesa a riconquistare l'egemonia perduta. Credemmo allora che certi ideali e valori fossero conquistati definitivamente ed abbiamo dato per scontato che da essi non si potesse, o non si potesse del tutto, tornare indietro: la pace, la solidarietà, la giustizia sociale, i diritti delle donne e degli uomini, delle menti e dei corpi, il prevalere del “bene comune” su quello individuale, una democrazia non formale e – nel nostro Paese – la difesa degli ideali della Resistenza e della Costituzione repubblicana. Ci siamo illusi che bastasse enumerare questi ideali e principi e che non si dovesse invece riaffermarli e riconquistarli, nelle menti e nei cuori, giorno per giorno. (Ovviamente è una lettura parziale, ma questo è un intervento e non una enciclopedia...).
Il mutamento culturale si è irradiato a tutta la società, partendo da alcuni “centri di decisione e di consenso”, prodotto e voluto da ceti e poteri che ne avevano tutto l'interesse e i mezzi (economici e mass-mediatici soprattutto): il risultato è stato un processo lento ma inesorabile, di mutamento radicale del senso comune, della visione del mondo, della Weltanschauung dell'intera società italiana (e il discorso potrebbe essere allargato all'intero mondo Occidentale cosiddetto sviluppato, ma individuare analogie e differenze con altri Paesi ci porterebbe troppo lontano e del resto non mi sentirei sufficientemente preparata per affrontarlo).
Fra i tanti elementi che fanno parte di questo quadro, vorrei metterne in luce due, che a me paiono particolarmente significativi ed indicativi dell'evoluzione in senso negativo del comune sentire. Ho provato a definirli come “la semplificazione” e “le chiusure egoistiche”. Mi spiego con qualche esempio, prendeteli per quello che sono, appunto: soltanto esempi.
Parliamo di semplificazione (adesso poi abbiamo addirittura un ministro per la semplificazione, come se la mentalità della semplificazione non avesse fatto abbastanza danno...). Da decenni ormai si tende a considerare come valore positivo la notizia rapida, veloce, “sul fatto”, il tipo di notizia che dà il giornalismo televisivo: contano le notizie, non le motivazioni e le cause dei fatti, né tanto meno l'indicazione che ne esistano diverse possibili interpretazioni. Nei cosiddetti dibattiti non contano i dati e le analisi, ma la frase bruciante, la risposta pungente, l'apparenza vincente. Nello spettacolo, ma anche nei temi ritenuti “alti”, conta il personaggio, l'immagine, mai l'approfondimento e la riflessione. Possiamo e dobbiamo confessarci che questo vortice, in qualche caso e in qualche maniera ha coinvolto pure noi? Questa cultura dell'apparenza e della veloce notizia televisiva, sostanzialmente acritica, ha in realtà contribuito alla creazione di un nuovo senso comune, contrapponendosi alla cultura del testo scritto, dell'approfondimento, della ricerca della fonte, dell'”andiamo a vedere come stanno le cose e quali letture se ne possono dare”. Proseguo nel mio esempio, riportando all'attenzione alcuni semplici dati sulla situazione del libro e della lettura in Italia (i compagni mi scuseranno, ma io di mestiere faccio la bibliotecaria e quindi maneggio facilmente questi dati).
Secondo un’indagine dell’Associazione Italiana Editori, svolta nel 2007 su dati ISTAT, circa il 60% degli italiani sopra i 6 anni non legge neppure un libro all’anno, ed il dato è ancora in diminuzione dal 2006 (meno 1,2%). Sei italiani su dieci! Dei rimanenti quattro, poco più di uno (esattamente il 13,3%) legge uno o più libri al mese; gli altri tre si limitano a un libro all’anno. Altri dati ISTAT (Indagine multiscopo sulle famiglie, 2006), potrebbero essere analizzati per quanto riguarda le suddivisioni per gruppi socio-economici o per livelli di scolarizzazione, quelle geografiche, e così via. Anche le motivazioni per non leggere sono interessanti: noia della lettura, mancanza di tempo e preferenza per altri tipi di svago si dividono l’80% e passa dei “non lettori”. Infine un dato impressionante (per il futuro...): 2milioni e 800mila famiglie, il 12,3% delle famiglie italiane, non possiede nemmeno un libro in casa (e magari hanno un televisore in ogni stanza)! Per contro i bambini oggi stanno in media davanti alla televisione, chi dice due e mezza, chi anche 4 o 5 ore al giorno...[1]
Ma torniamo al nostro tema, e scusatemi la digressione: era soltanto un esempio e certamente in altri campi vi sono riflessioni molto simili da fare.
Sia ben chiaro che la mia non vuole essere una difesa retrograda della cultura scritta contro quella audio-visuale e dell'immagine (tra l'altro so benissimo che, in tempi remoti, la cultura scritta è stata instrumentum regni e arma contro gli umili): nel mio esempio contrapporre il libro alla televisione vuole solo sostenere la necessità dell'approfondimento e, in un certo senso, della “fatica”. Per ribaltare la visone del mondo purtroppo corrente, nella quale tutto è finalizzato al massimo del successo con il minimo dell'impegno (e con “successo” normalmente si intendono potere e denaro), nella quale quindi la massima dote è essere “furbi”, fregare il prossimo, bruciare i semafori e tagliare la strada pur di arrivare primi, correre, dominare, conquistare gli status symbols, occorre invece riportare in auge la fatica dello studio e della preparazione seria, l'impegno e la coscienza critica, quella che ci porta a non dare mai niente per definito a priori, quella che ci porta a farci continuamente domande, la pacatezza del ragionamento e della riflessione. Ogni sapere in più va conquistato (a livello individuale) e valorizzato (a livello sociale). Il disprezzo verso gli “umili”, verso chi “non ce l'ha fatta”, va di pari passo – mi si perdoni l'apparente mancanza di nesso logico – con il tagliare i fondi alla ricerca scientifica: sono entrambi figli della stessa logica dell'approssimazione, del pressappochismo e della furbizia.
Dobbiamo ridare forza a questa visione e a questa scelta dell'approfondimento critico contro alla logica del consumismo come cultura degli status symbols (vale quello che hai, non quello che sei), in ultima analisi del denaro e del successo. Non si tratta, ripeto, di un nostalgico richiamo al passato, non si tratta di contrapporre il nascondino ai videogiochi: occorre fare i conti con la realtà, anche tecnologica, di questa fase. E' tutta da inventare una Weltanschauung, una cultura, una visione del mondo nuova e diversa, attenta alla scelta dei valori e capace di affrontare le sfide del Millennio: credo che fare ciò tocchi a noi, anche, se non principalmente, a noi, alle forze della sinistra e del progresso.
Un discorso analogo si può fare su quelle che ho chiamato all'inizio “le chiusure egoistiche”, anch'esse portato ed elemento del mutamento antropologico[2]. Chiusure egoistiche che non sono soltanto una risposta istintiva e primordiale alle ansie ed ai timori davanti ad una realtà di sempre più difficile interpretazione e a problemi primari di sempre più difficile soluzione. Esse sono anche correlate alle questioni sollevate prima, al culto del successo e del denaro, all'illusione che il mio successo sia inversamente proporzionale alla sconfitta di tutti gli altri. E occorre ancora una volta chiedersi “cui prodest?” (La risposta è ovvia: una comunità frazionata e divisa, dove non “la mia libertà inizia dove finisce la tua”, ma dove il mio “risultato” inizia con l'insuccesso altrui, dove è bandita ogni ipotesi di conquista collettiva ed invece regna sovrana la passività, rende più facile il dominio di pochi).
Ma è proprio sulle nuove angosce e sui conseguenti egoismi che dobbiamo interrogarci. Ed anche chiederci se la sinistra ha saputo vedere e capire, oltre alle vecchie e tradizionali, anche le nuove povertà “ideali” (solitudine, individualismo...).
Queste “povertà ideali” (se non ho grandi ideali, anche utopici, le mie speranze non possono che rivolgersi al mio successo personale e privato, nella migliore delle ipotesi a rinchiudermi nel mio “particulare” e ritirarmi a coltivare il mio orticello), sono quindi anche povertà morali e toccano e avviliscono soprattutto i giovani[3]. Occorrerebbe qui affrontare un tema di straordinaria importanza: quello del sistema formativo e delle funzioni educative della scuola (e forse anche della famiglia), alle quali si è rinunciato, se non fosse per quegli eroi del nostro tempo che sono certi insegnanti, forse molti più di quelli che crediamo, che continuano, nonostante tutto, a “resistere”. La scuola, che non insegna più a “far fatica” e la dolcezza di questa fatica. Il nuovo senso comune, invece, anche qui, propone la faciloneria del tutto e subito, la cultura del risultato immediato, ottenuto senza impegno[4]. Ma sul sistema educativo e formativo (che peraltro non è solo scuola) non sono in grado di approfondire. Penso però che soprattutto nei giovani e per i giovani occorrerebbe saper ricostruire e rifondare nuovamente un senso comune aperto e critico, solidaristico ed anti-individualista.
Come affrontare la sfida, questa sfida, ossia la costruzione di un nuovo senso comune? Come contribuire a far rinascere quella che Gramsci avrebbe chiamato “una concezione del mondo delle classi subalterne, politicamente e teoricamente autonoma”, ossia una cultura in senso antropologico, che sia quella della sinistra del nuovo Millennio? E come tentare di renderla egemone nella società? Una strada possibile, quella del ritorno indietro, quella dei “duri e puri”, è ormai impraticabile e perdente: non possiamo certo chiudere Internet! Anzi, per rimanere in tema, dobbiamo confrontarci col Web e imparare ad utilizzarlo. Non solo: dalla rete possiamo imparare noi stessi qualche cosa, forse molto. Anche noi dobbiamo in parte cambiare mentalità.
L’altra strada, quella di usare gli stessi mezzi che sono stati usati dalla reazione per riconquistare l'egemonia, è una strada rischiosa. Mi spiego. La domanda, in estrema sintesi, è: ma se potessimo fare una telenovela di sinistra, un Grande Fratello di sinistra, con contenuti di sinistra, servirebbe a qualcosa? Io non so rispondere: ricordando Marshall McLuhan (il medium è il messaggio), direi di no, che non serve, o quantomeno che è, appunto, rischiosa. Perché così spingeremmo comunque in direzione della “semplificazione”, mentre servono persone coscienti, responsabili, informate e dotate di coscienza critica. Un contenuto innovativo e rivoluzionario, se fatto arrivare alle persone con forme e mezzi che appannano la coscienza critica e la capacità di ragionare, non rischia di far passare comunque un messaggio involutivo?
Credo che non ci sia “una” soluzione, così come non ci sono scorciatoie e ricette precostituite: forse un questa fase occorre sporcarsi, provare, sperimentare. Ma almeno essendo consapevoli dei rischi. Forse occorre accettare il melting pot delle culture (non solo in senso geografico, con le culture di altre parti del mondo), ma anche il melting pot dei punti di vista, delle tradizioni, delle culture politiche, di spezzoni di società.
Infine una considerazione sugli incontri tematici, di cui questo è solo il primo. E’ necessario farli. Ed è necessario continuare a farli, anche dopo questa prima tornata, in forme, modi e luoghi che decideremo. Ma dobbiamo tornare – tutti! – a riappropriarci della politica: della politica “alta”, come di quella dei territori, delle utopie, come delle esigenze urgenti delle persone. Partiti, forze, organizzazioni della sinistra hanno abdicato, hanno rinunciato al loro ruolo di costituzione e continua reinvenzione dell’ “intellettuale collettivo”. Dico di più: hanno rinunciato a confrontarsi seriamente con il tema di una “nuova teoria” (e lo dico fra virgolette, perché non si tratta di buttare via le “vecchie” teorie, né semplicemente di riadattarle, ma di superarle – una volta si sarebbe aggiunto “dialetticamente”). Non solo non ne hanno discusso con i compagni della base, ma – secondo me – ne hanno discusso poco anche nelle Direzioni nazionali o chi per loro. Non voglio dire che qualcuno non abbia provato ad affrontare il tema, ma occorre fare molto di più. Chissà, forse la stangata aiuterà a riflettere...
E, se sono vere le considerazioni fatte in questo intervento, abbiamo rinunciato anche ad un grande ruolo, che fu dei partiti e delle organizzazioni di massa per molti decenni nel nostro Paese, quello di educatori collettivi, di educatori di massa. Dobbiamo stare con e fra le persone, discutere con le persone, non stancarci di farle ragionare, anche singolarmente. Dobbiamo spiegare e farci capire: è ovvio che assecondare le pulsioni più negative, le chiusure e gli egoismi, per qualsiasi persona è più “facile”. E che invece i nostri valori sono più “difficili”, più mediati, richiedono un ragionamento. Non è più come prima. Quando si occupavano le terre, il bracciante aveva chiaro che l’obiettivo era avere terra e lavoro: non era difficile da capire. Oggi, per moltissime persone l’obiettivo immediato (e apparente) è cacciare lo-straniero-che-ci-ruba-il-lavoro o l’immigrato-che-commette-atti-di-violenza. Ecco, spiegare che non è così, che l’obiettivo è apparente, che non risolve niente, che è sbagliato.. questo intendo come opera di educazione collettiva. E non illudiamoci che sia facile!
[1] Riporto, a puro titolo di curiosità e di informazione, alcune frasi tratte da documenti ufficiali delle organizzazioni internazionali dei bibliotecari (per chi volesse approfondire, sono a disposizione per inviarvi copia dei documenti integrali).
Da un documento UNESCO del 1994 (Manifesto sulle biblioteche pubbliche): “:... La libertà, il benessere e lo sviluppo della società e degli individui sono valori umani fondamentali. Essi potranno essere raggiunti solo attraverso la capacità di cittadini ben informati di esercitare i loro diritti democratici e di giocare un ruolo attivo nella società. La partecipazione costruttiva e lo sviluppo della democrazia dipendono da un’istruzione soddisfacente, così come da un eccesso libero e senza limitazioni alla conoscenza, al pensiero, alla cultura e all’informazione”. E da un documento IFLA del 2002 (Dichiarazione su biblioteche e sviluppo sostenibile): “I servizi bibliotecari e informativi aiutano gli individui a migliorare le proprie capacità educative e sociali, indispensabili in una società dell’informazione e per una partecipazione sostenuta nella democrazia. Le biblioteche incoraggiano le abitudini alla lettura, l’alfabetizzazione dell’informazione e promuovono l’istruzione, la consapevolezza pubblica e la formazione. [...] Le biblioteche e i servizi informativi contribuiscono allo sviluppo e al mantenimento della libertà intellettuale e aiutano a salvaguardare i valori democratici di base e i diritti civili universali” (IFLA = International Federation of Librarian’s Associations and Institutions). E infine, dal Manifesto di Alessandria del 2005: “... L'IFLA, le biblioteche e i servizi di informazione condividono il progetto generale di una società dell'informazione aperta a tutti approvata dal World summit on the information society a Ginevra nel dicembre 2003. Questo progetto promuove l'idea di una società globale basata sul diritto fondamentale degli esseri umani di avere accesso all'informazione e, al tempo stesso, di potersi esprimere senza restrizioni, una società nella quale ognuno si troverà nelle condizioni di produrre, ottenere, utilizzare e condividere informazioni e conoscenza”.
[2] Sugli egoismi, compagni, c’è tanto da riflettere anche su noi stessi: siamo sicuri che venature di razzismo, magari sottopelle, di diffidenza, di paura dell’altro non siano presenti anche fra noi? E siamo sicuri di non aver mai fatto la difesa d’ufficio di idee precostituite, assiomi dati per contati una volta per tutte, rendite di posizione, gruppi ristretti? Non è una colpa grave, anche noi siamo parte di questa società: la colpa semmai e non continuare ad interrogarsi e a farsi venire dubbi.
[3] Su questo, su morale e moralismo occorrerebbe discutere ancora: per me meglio moralisti che immorali. Forse certi esempi di dirigenti anche nostri che predicavano bene (?) e razzolavano male, ci hanno alienato le simpatie di tante persone “semplici”. Vogliamo ridiscutere “la diversità del PCI” di cui tutti andavamo fieri? Ma l’avete vista Report (raro esempio, quasi sempre, di buon approfondimento televisivo) sul Piano regolatore di Roma di qualche domenica fa?
[4] Forse su questo, qualche colpa la abbiamo anche noi, quando sostenevamo il “30 politico” ad esempio...
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